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lunedì 12 settembre 2016

Una settimana di ordinaria follia nel verminaio social

I pensierini dei novizi mâitre à penser additivati, da quelli col cuore benpensante ma indignato, “puri e candidi gigli di campo”, a quelli altrettanto sfacciati che vogliono trovare la quadra tra la loro bandierina sulla bacheca e le grossolane vignette di Charlie Hebdo, sembrano riempire le tristi giornate dell’internauta smanettone di un vuoto sollazzante.

Che dire, poi, delle copiose mestruazioni causate dal fertility day. Anche qui, forse, si poteva fare un tantino meglio. I migliori tra gli opinionisti digitali, anziché scomodare il Ministro del Lavoro, l’agrimensore Poletti, e dimostrare così di essere più realisti di un re ragioniere, pragmatico, che sa solo far di conto e non vede alcun valore che non possa essere sottoposto alla quantitativa logica del reddito, avrebbero almeno potuto vomitare un po’ d’ironia sul goffo battage della Lorenzin.
Ma niente. Alla tassa sul sesso anale e alle accise sui preservativi, preferiscono comunque le cose serie: un bambino è un consapevole atto d’amore che non può essere allevato per sfizio e addomesticato a rate. Devi, insomma, potertelo permettere, come un cane di grossa taglia. Pedi-gree.

social network webete

E poi gl’intramontabili successi e le sempreverdi hit social-sociopatiche, come gli ormai collaudati messaggi subliminali spediti distrattamente a mezzo byte. Il solito branco d’incontinenti. Gli spudorati dalla con-divisione facile e dall’emotività precoce: dai risentiti a tempo determinato, che godono nel far sapere all’ecumene quanto fanno schifo il mondo e chi li fa frignare, ai felicioni di primo pelo, quelli a cui le caprette fanno ciao solo se qualcuno che de-testano le guarda mentre sono in fregola. Il nonsense è palpabile e magnificamente robotico. Le soluzioni al mal di vivere, come le istruzioni per un piatto precotto, sono semplici: bisogna mettersi alla berlina fingendo l’inarcamento del busto, rimettere il giudizio al pubblico ludibrio per ottenere una goccia di gravido apprezzamento, un conato o uno spruzzo eccitato, un nervoso slinguazzamento, to like.

Poi ci sono persino gli spettri decotti, che vorrebbero dare dimostrazione di una presenza di vita part-time, quelli che pontificano da pulpiti di cartapesta, quelli che hanno le pezze al culo ma cagano swarovski, i bimbiminkia impomatati, depilati e tatuati, le lolite taroccate, i mortidifiga, gli opinionisti sotto spirito, i canidi e i felini infiocchettati, i disabili normalizzati, i frivoli solidali, i papponi dell’indignazione, i cazzari titolati, quelli la cui materia di grigio calcestruzzo si nasconde dopo lo sforzo sulla turca worldwide.
E dulcis in fundo, come ogni bestiario che si rispetti, la solita triviale rassegna fotografica - direttamente dalle savane dello spirito - dei vanitosi esploratori seguiti dalla corrispondente processione di sbigottiti pappagalli. D’altronde, se vai da qualche parte e nessuno lo sa, che senso ha esserci andati? Bisogna in fondo dare un senso ai propri soldi, farli fruttare: il fido egophono testimonia l’investimento e risponde togliendo tempo e poesia al veduto. Il tutto, naturalmente, condito dalle consuete transaminasi provocate dal migrante satanasso, anche lui, ovviamente a una dimensione, con egophono in tasca e il sogno del reddito nel cassetto.

E’ il tritacarne dei social network che si fa largo tra rivoli di messaggi basic, veloci, elementari, spesso amalgamati in una pappa informe. Una macina amorfa che tuttavia desidera avere opinioni su tutto, democraticamente, purché siano opinioni tascabili, già confezionate, usa e getta. Opinioni per non pensare infine a niente.
Ma così, d’altronde – ammettono i più saggi - funziona anche la virtuale doxa che dell’ominide contemporaneo è lo specchio e insieme la fogna intasata: anonimo ma con profilo in bella mostra, ostentato e s-visato, alla moda, minus habens efficiente, strumento di ciccia che funziona (si vocifera, a tal proposito, che per candidarsi nel PD e nel M5S si debba dar prova di saper sloganare a 140 caratteri). Social macht frei!

Si potrebbe tuttavia fuggire, allontanandosi speditamente dall’afrore, ma l’orrido alla fin fine ci rincorre e ci attrae come un bordello che ammicca al più incallito dei segaioli con sconti e trepperdue. 
Lo sapeva persino Nietzsche, che con lo sharing non aveva nulla a che vedere: “chi ha scrutato in profondità, capisce bene quanta saggezza ci sia nel fatto che gli uomini siano superficiali. É il loro istinto di conservazione che insegna loro ad essere volubili, leggeri e falsi”.

2 commenti:

Oreste Corso ha detto...

Buongiorno Marco,
difficile non essere automa-tico nella risposta.
Un giorno magari scriverò:

Bene!
C'hai proprio ragione.
Vero!
Verissimo!

Come più o meno vedo scritto sotto molti post.

Rilevo l'ironia della rete che si basa sull'automatizzazione dell'informatizzaziome, ma che, sotto, macina algoritmi complessi.
Immaginati un mondo di rotelle che girano in un meccanismo complesso e complicato, che può far calcoli e gestire informazioni e processi impensabili, e viene usato per far condividere al mondo (immagina tu, qui, la cosa più mandata e inutile che abbia mai visto in rete).
Insomma, quando la realtà supera l'immaginazione. L'informazione automatica al servizio dello stimolo-risposta.
Spero di non aver stagionato troppo.
Dici che un semplice mi piace sarebbe andato meglio?

Masini Marco ha detto...

Direi di no,

le capre, gli automi e i chapta in carne ed ossa sono banditi in questo spazio.
Massimo Fini, mi pare, parlando nella fattispecie della televisione, diceva che siamo finiti per confondere il messaggio col mezzo "atto", qui davvero aristotelicamente, a farsene neutrale portatore. Nello specifico - e mi ci metto in mezzo pure io - la techno-tecné è talmente avanzata, progredita, rispetto agli umani che la utilizzano, che spesso mi sembra di essere inadeguato. Una scimmia vestita. E poi... vai pure col pecorino, le pungenze delle stagionature sono sempre gradite