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lunedì 20 marzo 2017

La giornata della felicità e i suoi demoni

Qual è il senso dell’uomo e del mondo? Essere misurato!
E quando desideri ridurre ogni cosa ad un oggettivo assoluto quantificabile, vien da sé, cominci col proposito di trovarti tra i superdotati certificati dall’unità di misura, ma poi finisci sempre, ineluttabilmente, per scoprirti nella colonna di destra, quella dei minidotati petit bidois (“io ho una felicità lunga tot.”; “io, invece, sono felice tot più x”; “io sono infelice una cifra”).
Est modus in rebus! La ricetta “quattrostagioni” per il controllo dell’ecumene è sempre quella d’illuminare l’ignoto per poterlo poi porre sotto l’occhio rassicurante del quantitativo (dallo sguardo galileiano dell’es-perimento all’esprit de géométrie che, oggi, tutto governa rischiarando).

I mattacchioni del Word Happiness ReportRapporto mondiale sulla felicità – hanno provato a soppesare l’eudemonia del globo terracqueo, puntuali come un treno giapponese, anche quest’anno.
Cos’è?
Giochi senza frontiere. Una sfida tra 155 Paesi, che gareggiano su un sedicente deus felix, al fine di decretare il Luogo più felice al mondo. Questo rapporto patrocinato dalle Nazioni Unite (pare non abbiano nulla di meglio da fare) mette così in fila, dopo accurate rilevazioni, i migliori tra i contendenti.
Come vengono misurati i “contentoni”?
Gli oggettivi parametri a cui sono sub-jecti i competitor, sono limpidamente offerti dall’autoreferenziale scientificità che tutto abbraccia.
Le classifiche si basano su sei fattori “certificati”: il prodotto interno lordo pro capite, la speranza di vita, la libertà, la "generosità", il sostegno sociale e l'assenza di corruzione nel governo o negli affari (ergo, la “vera” felicità, come mostrato pure dal Nobel Deaton qualche tempo fa, deve richiamarsi  primariamente a paradigmi economici. D’altronde, se stiamo parlando di eudemonia, dovremmo sempre attribuirla ad un “demone” che ne orienti le fila…).
Chi ha vinto questa  happiness Champions League?
La Norvegia (“nonostante i cali del petrolio” - commentano gli esaminatori) è il paese più felice al mondo, facendo un balzo in avanti di tre posizioni rispetto all’anno scorso (calciomercato azzeccato?) e spodestando sul primo gradino del podio la Danimarca, che aveva tenuto il primo posto per tre degli ultimi quattro anni. A completare la top ten sono, in ordine, Islanda, Svizzera, Finlandia, Paesi Bassi, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. Gli Stati Uniti si classificano 14esimi, perdendo un posto dall’anno scorso, mentre l’Italia sale dal 50esimo al 48esimo posto.

felicità

I paesi scandinavi che hanno dato i natali anche a Munch, quelli della green economy imperante (le porcate, vedi inquinamento, le portano “lontano dagli occhi lontano dal cuore – verde! -” – Ikea et H&M in fabula), quelli dal super-welfare state socialdemocratico (nato e cresciuto su presupposti eugenetici e attraverso la sterilizzazione del “diverso” che non si “progressivizzava” – fino al 1976), vincono ancora.
Del resto, i civili popoli del Nord, in questa speciale graduatoria meritoria, sembrano giocare in casa.
La diplomatica e Premio Nobel svedese, Alva Myrdal, diceva che l’obiettivo sociale da perseguire era quello di “raggiungere un concetto di qualità umana assoluta e determinata oggettivamente”, attraverso l’”elevazione qualitativa del materiale umano”.
Insomma, gli scandinavi sembrano essere partiti in anticipo nella volontà di ammansire l’incommensurabile variabile uomo per ridurre quell’angoscia ad un sorriso allo xilitolo, e oggi raccolgono i munifici frutti di quella “progressista” crociata pro “materiale” umano (povero Bergman!).
Inutile, quindi, interrogarsi sul perché la classifica non tenga conto del materiale di scarto e degli uomini difettosi: quei popoli del Nord primeggiano nei suicidi e nell’eutanasia, oltre che nel consumo di antidepressivi (ma cosa vuoi, se i clienti delle puttane vanno in galera e il macho sul bus diventa un problema per il femminismo al potere; se sculacciare un bambino è reato – solo lo Stato può educare “giustamente” –; se l’80% delle partorienti svedesi va a figliare in una sola clinica vicino a Stoccolma; se  i transeunti “vecchi” vengono lasciati soli dai loro figli ex “cciovini” super-emancipati, per essere presi in carico dal “famigliar-hegeliano” Stato: “i bambini devono essere liberi dai vecchi”, dice il rapporto degli anni 60 che ha influenzato l’intera vita sociale svedese, perché altrimenti la libertà conquistata non darebbe alcuna felicità… meglio il “liberarsi dalle scarpe vecchie”).
“C’è un sacco di capire” – diceva un semi-analfabeta che non riusciva a comprendere la portata ermeneutica del suo intercalare.
Sforziamoci allora di riempire, come quelli che imprigionano tutto in formule scientifiche, quel sacco col "capire".
Cosa metteremo in quel sacco vuoto?

Per ora, l’aver capito che si può convertire ogni cosa al righello, e la nozione di “felicità alla moda”, quella che, oltre agli oracoli economici, si riferisce al concetto di libertà deresponsabilizzante che già Stirner aveva ben fotografato: “se tu fossi libero da ogni cosa, non avresti per l’appunto più niente”.

1 commento:

Monica Ambrosi ha detto...

Molto condivisibile. Anche in Italia una delle regioni più "felici" economicamente parlando, il Trentino, ha un altissimo tasso di suicidi, in particolare di giovani. Io non mi trasferisco né in Trentino e neppure in Norvegia, sto bene dove sto e continuo a pensare che la felicità, così come tutto ciò che riguarda l'animo umano, sia "incommensurabile"...